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Premio Letterario Dedalus
Vincitori dedalus 09 PDF Stampa E-mail


PREMIO STEPHEN DEDALUS 2009 - VINCITORI

 

 

Il Premio letterario “Stephen Dedalus”, promosso da pordenonelegge, ha scelto i vincitori per la sua quarta edizione. La giuria, composta da Antonella Anedda, Alberto Casadei (segretario), Grazia Casagrande, Andrea Cortellessa, Lidia De Federicis, Guido Mazzoni, Massimo Raffaeli, Walter Siti, nella riunione finale del 18 settembre 2009, ha assegnato il premio

 

per la narrativa a: Laura Pugno per Sirene (Einaudi)

 

per la poesia a: Mario Benedetti per Pitture nere su carta (Mondadori)

 

per la saggistica e le altre scritture a: Marco Belpoliti per Il corpo del capo (Guanda)

 

 
I finalisti delle tre sezioni erano: 

Per la narrativa:

Antonio Moresco, Canti del caos, Mondadori 2009

Francesco Permunian, Dalla stiva di una nave blasfema, Diabasis 2009

Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi 2008

Laura Pugno, Sirene, Einaudi 2007

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax 2008
 

Per la poesia:

Mario Benedetti, Pitture nere su carta, Mondadori 2008

Umberto Fiori, Voi, Mondadori 2009

Franca Grisoni, Poesie, Morcelliana 2008

Jolanda Insana, Frammenti di un oratorio, Viennepierre 2009

Fabio Pusterla, Terre emerse, Einaudi 2009 
 
Per le altre scritture:

Francesco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Laterza 2008

Marco Belpoliti, Il corpo del capo, Guanda 2009

Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri 2009

Arturo Buongiovanni, Intendo rispondere, Donzelli 2008

Valerio Magrelli, La vicevita, Laterza 2009
 

 

 

MOTIVAZIONI DELLA GIURIA – PREMIO DEDALUS 2009

 

Motivazione per il premio a Laura Pugno

Sirene racconta un mondo futuro segnato da una catastrofe naturale e sociale. Una mutazione ha reso il sole letale per gli uomini: molti sono morti di cancro o sono destinati a una morte prossima; altri si sono rifugiati in città sottomarine dominate da un’organizzazione mafiosa gerarchica e spietata. Sotto il mare i superstiti hanno trovato una specie nuova, le sirene, “bestie da latte e da carne e, insieme, donne prive di parola”, usate come cibo di lusso e come strumento sessuale. Ma le sirene hanno l’istinto di uccidere il maschio subito dopo il coito e la loro coda può spezzare la schiena di un uomo con un colpo solo: accoppiarsi con loro può significare la morte. In questo universo violento e terminale, Laura Pugno ambienta una storia d’amore nuova e sorprendente. Influenzata dai manga giapponesi, dalla fantascienza catastrofista, dalla cultura post-human, Pugno racconta una realtà parallela, vivida e dettagliata come la realtà ordinaria, costruendo un mondo onirico animato da leggi ferree e da straordinaria necessità interna: un mondo che non risulta mai gratuito perché in realtà parla di noi. Con la sua logica di incubo, Sirene dà forma alle angosce del presente e ad alcuni archetipi della condizione umana: il timore di un disastro ecologico, la riduzione dei rapporti umani a brutali rapporti di forza, la dialettica fra morte e sesso.

 

Motivazione della giuria per il premio a Mario Benedetti

Pitture nere su carta è un libro di resti, di macerie, di luce intermittente e brandelli di corpi. La memoria delle pitture nere di Goya diventa in questi testi meditazione sulla sordità del mondo, attraversamento dell'opacità di tutte le creature. Benedetti sperimenta una poesia che non si cura più di fare “poesia” , ma cerca un ritmo diverso, prossimo all'ammutolire, con una radicalità che rimanda all'ultimo Celan e al Beckett di Malone muore. La bellezza di questo libro è indistinguibile dal suo coraggio e dal suo rigore. Benedetti ci parla per scatti di cose, per colori lividi, per grumi di frasi che improvvisamente si sciolgono per poi, di nuovo a sorpresa, infiammarsi. Così la perfetta geometria, l'ordine della composizione delle sequenze i nomi-teche delle sezioni come la bellissima “Reliquiari” sono l'architettura necessaria a immagini-parole che scardinano continuamente il proprio senso e azzerano di colpo le abitudini di noi lettori. Pitture nere su carta è anche un testo sulla perdita: del proprio io e della corona di affetti che cerchia ognuno di noi, dentro un mondo che deflagra a ogni pagina. Pitture nere su carta è un libro straniero per essenzialità e assenza di retorica, tanto poco letterario da non temere di confondere la lingua e di gettarla in avanti verso suoni non usuali, ma prossimi come le folate di versi in francese e spagnolo. Premiando Mario Benedetti la giuria del Dedalus ha voluto sottolineare  in sintonia con lo stesso nome del premio, l'idea di una poesia originale, quietamente, silenziosamente eversiva.

 

 

Motivazione per il premio a Marco Belpoliti

Diceva un maestro oggi fuori moda che i filosofi avevano spiegato a sufficienza il mondo, e che a quel punto – semmai – si trattava di cambiarlo. Il guaio è che questa cosa, Marx, la diceva molto tempo fa; e che da allora il mondo, se mai è davvero cambiato, non l’ha fatto precisamente nella direzione auspicata. Un’alternativa del genere si presenta anche di fronte a un saggio come quello di Marco Belpoliti, Il corpo del capo. Cioè l’analisi più penetrante che sia stata finora dedicata a un personaggio storico nel pieno della sua attività come il nostro Presidente del Consiglio. L’unico uomo, cioè, che abbia imposto il suo corpo, appunto, come prima questione sull’agenda politica contemporanea. La chiave di lettura di Belpoliti non si può dire filosofica, ma non manca di far ricorso alle migliori tradizioni del pensiero critico di oggi, specie quelle che hanno posto al fuoco della propria attenzione il rapporto fra immagine e società. Le fotografie che ritraggono il Capo sono infatti analizzate da Belpoliti facendo ricorso a un po’ tutto l’armamentario di saperi con i quali, da anni, ci ha abituato a decodificare il mondo contemporaneo. S’è detto decodifica, ma parlando di Berlusconi e della sua politica dell’immagine si deve dire piuttosto demistificazione. Era questo del resto il compito degli intellettuali (quando c’erano): insegnarci a sospettare delle apparenze, sino a rivelare gli Arcani del Potere da quelle apparenze mistificati. Ed è per questo che l’alternativa tra comprendere e agire, in un caso come il presente, per una volta è mal posta. Il potere di Berlusconi si fonda infatti, com’è a tutti noto, sulla produzione e sulla manipolazione delle immagini. Quella di Belpoliti è insomma una semiotica civile: e il suo lavoro dovrebbe servire da modello per tutti quegli specialisti che, in questi anni, non hanno trovato di meglio che rinchiudersi nelle ineffettuali certezze delle proprie specifiche competenze. La cosa che più colpisce, però, è che questo iper-ramificato impero dell’immateriale si fonda su una base squisitamente, scandalosamente fisica: il corpo di chi quelle immagini produce e diffonde. Il corpo del capo, appunto. E’ da questo minuscolo fondamento, da questa libbra di carne – per dirla con lo Shyklock shakespeariano – che tutto il resto dipende. Così che l’ultima pagina di questo libro riconduce lui, il Capo, così come noi suoi sudditi, al confronto ineluttabile col tempo della verità, cioè col destino a noi tutti comune: “La politica dell’immagine di Silvio Berlusconi finisce per rivelare qualcosa di intimo: l’insondabile intimità con la morte. Prima o poi, il tempo della verità di sé arriva per tutti.. Governati e governanti, umili e potenti, gregari e capi”. 

 

 Immagini della premiazione 2009 - Pordenone, 20 settembre

 

 
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Una classifica di qualità



Sono molti anni che, a scadenze periodiche, Alberto Arbasino invoca polemicamente un coefficiente di qualità con cui ordinare delle classifiche, fra i libri, alternative a quelle di vendita. Come mai, si chiede Arbasino, alberghi e ristoranti si misurano a stelle (o a forchette & cappelli) e per qualcosa di almeno altrettanto nobile come i libri contano solo ed esclusivamente i dati di mercato? È come se McDonald’s venisse considerato il ristorante migliore. Per la verità un’iniziativa del genere esiste già in Germania; e anche da noi, per i film, tutti conoscono un certo giudizio di qualità che vanta, come si dice, innumerevoli tentativi d’imitazione. Eppure è proprio l’arbitrarietà del giudizio soggettivo a rendere costitutivamente idiosincratica, e dunque inattendibile, una classifica del genere.Fino a qualche decennio fa non ci sarebbe stato bisogno di un’iniziativa simile. Esisteva in questo campo una “società stretta”, per dirla con Leopardi: una comunità di lettori, professionali o meno, che sapeva benissimo quali fossero le opere da leggere, magari per odiarle. Erano in larga parte le stesse persone che provvedevano a segnalare i libri per iscritto; gli altri prodotti riguardavano esclusivamente gli uffici contabili delle case editrici. Oggi ovviamente non è più così. Lungi dal rimpiangere quella società stretta – con i suoi riti di affiliazione, il suo classismo, le ipoteche ideologiche (nell’accezione peggiore del termine), l’intreccio inestricabile di personalismi e rancori – si assiste con sgomento (o, da parte di qualche snob, con nichilistico entusiasmo) al venire meno, d’improvviso, di qualsiasi proporzione fra libri d’intrattenimento e libri di qualità. La stessa espressione “editoria di cultura” che un tempo, senza che fossero necessarie premesse e distinguo, si sapeva con esattezza cosa significasse, è divenuta inattuale e, appunto, incongruamente snobistica. È da molto tempo, ormai, che il successo (o l’insuccesso) nelle vendite, di qualsiasi “prodotto culturale”, sembra azzerare a priori ogni possibile discussione sul valore delle opere d’arte, nonché addirittura sui contenuti – gli stili di vita, le visioni del mondo, le aspettative di futuro – che esse da sempre veicolano.

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