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L’occhio prima di tutto. Intervista a Marco Belpoliti

 

 

Attraverso la dedica (“Alle mie figlie, affinché, quando tutto questo sarà finito, ne resti memoria”), un libro apparentemente politico come Il corpo del capo rivela una insopprimibile esigenza privata: come dire che il berlusconismo si è insinuato nei luoghi più riposti, e ha costretto tutti a sovrapporre pubblico e privato. Come a dire, anche, che nei confronti di Berlusconi al rifiuto formulato dall'intelligenza e dalle ragioni della politica si mischia un rifiuto viscerale: qualcosa che somiglia alla preoccupazione per il futuro delle proprie figlie, perfino all'angoscia per il destino dei loro corpi?

 

 

Non credo che Il corpo del capo sia un libro politico; la sua intenzione è antropologica, sociologica, e probabilmente etologica. Non è un libro contro Berlusconi, ma su Berlusconi. Ce n’erano già tanti di libri su di lui: sul politico, sull’imprenditore, sui segreti, sulla televisione, su SB e la mafia, su SB e i socialisti, ecc. Volevo trovare una spiegazione ad alcune questioni che non trovavo nei libri, pur interessanti e ben fatti, che avevo letto. Un libro per capire, prima di tutto, perché questo è il compito di chi fa il mio mestiere. Privato lo è come ogni libro che si scrive: nasce dal bisogno di spiegarmi la sconfitta elettorale della sinistra di due anni fa, dal bisogno di capire, di giudicare. La dedica alle mie figlie – l’unico aspetto del libro che i recensori dei giornali di destra mi hanno apertamente criticato – è per una speranza, ma anche per una certezza: tutto questo finirà. E volevo che loro, che sono giovani, molto giovani, in futuro ricordassero attraverso il mio sguardo, attraverso la memoria del presente, quello che è stato. Proprio questo è intollerabile per i recensori di destra: che finisca.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel Corpo del capo riaffiorano discorsi che lei ha già intrecciato lavorando sulla letteratura. Il libro rivela una stratigrafia profonda. La storia recente dell’Italia comincia dove finisce Settanta (Einaudi, Torino 2001). Il corpo di Aldo Moro, l’immagine emblematica sulla quale si chiudono gli anni Settanta, è l’atto di ricomparsa del corpo come strumento di comunicazione politica. La letteratura di quegli anni riusciva a parlare, partendo da contesti disperatamente privati, di una percezione dei corpi che si modificava in senso biopolitico?

 

 

 

 

 

La questione della biopolitica è all’ordine del giorno dalla fine degli anni Settanta, quando Foucault la enunciò nel primo volume della Storia della sessualità. Ricordo che allora, avevo poco più di vent’anni, facemmo un incontro pubblico su quel libro a Reggio Emilia, con un gruppo di persone, alcune molto giovani. Il libro ci aveva colpito. Rovesciava una lettura sino ad allora improntata sul paradigma repressivo, cattolico, della sessualità. Ne parlai con Pier Aldo Rovatti che dirigeva “Aut-Aut” e che venne all’incontro. Ci disse che Foucault era stato sul punto di venire lì, in quella saletta, quel giorno; era incuriosito da questo gruppo di ragazzi. Poi non venne. Mi sono portato dietro questo libro per anni e anni, colpito dal rovesciamento che aveva prodotto nei paradigmi di lettura della realtà, anche se la novità della biopolitica non l’avevo colta a pieno, o almeno non nei termini in cui Agamben e altri l’hanno analizzata in seguito. Sono passati quasi trent’anni tra la prima enunciazione e un’analisi quasi compiuta del problema: questo per dire che i tempi della teoria sono molto lunghi, più di quelli della vita, per fortuna, devo dire. Così la riflessione su Moro continua da quel 1978, dalle immagini fotografiche dei brigatisti, dal corpo del leader DC acciambellato nel baule della R4. Ci ho messo vent’anni per scrivere una prima cosa che feci leggere a Sergio Luzzatto, quando ancora il suo fondamentale libro sul “corpo del duce” non era uscito; e altri dieci per farne un libretto. Dal 1975 sto ruminando le immagini del corpo di Pasolini. Settanta è stata una tappa, un passaggio. Oggi viene pubblicato di nuovo a dieci anni dalla prima apparizione… mi sembra scritto da un altro. Oggi, se mi guardo allo specchio, vedo la mia barba bianca, i capelli sempre più radi, le borse sotto gli occhi… il mio corpo come misura del mio pensiero, di quello che scrivo? Ci penso, poi non concludo mai nulla.

 

 

 

 

 

 

 

La sua, di Berlusconi, ossessione del corpo è diventata anche la nostra ossessione per la presenza di quel corpo. Il discorso politico è monopolizzato da quella presenza. E anche il gesto dissacratorio si concentra su quel corpo, fino a diventare psicosi e violenza irriflessa. Il corpo del capo si apre e si chiude con un’apertura verso il dopo, una speranza dell’oltre. È un esercizio di memoria declinato al futuro. L’evocazione finale della morte risponde al dovere della verità, contro l’illusione dell’eternità. Quale discorso politico ci aspetta oltre quel corpo che non permette di vedere altro? Cosa è cambiato rispetto alla percezione del corpo di Berlusconi dopo l’attentato di piazza Duomo?

 

 

 

 

 

 

Intanto, vorrei dire una cosa che mi pare essenziale. La cosa più disastrosa che ci ha donato Berlusconi è stata quella di dividerci in due schieramenti di tifosi. Dico tifosi, perché Berlusconi, con l’acquisto strategico del Milan (sport+televisione+pubblicità), ha compiuto una mossa gravida di conseguenze. La riassumerei così: ha trasformato i tifosi (milanisti) in elettori, e gli elettori in tifosi. Tutta la storia italiana è una storia di divisioni (guelfi e ghibellini, bianchi e neri, rossi e neri, fascisti e antifascisti, laici e cattolici, ecc.), certo, ma oggi siamo alle due tifoserie. Bisognerebbe superare questo stadio, altrimenti restiamo paralizzati. Prima del corpo conta la divisione in due schiere. Questo è il primo aspetto da superare. Dopo il mini-attentato è cambiato qualcosa in SB? Credo di sì. Non è più inviolabile; si è sicuramente sentito colpito nella sua integrità; è stato violentato, quindi avrà le reazioni tipiche della persona che ha subito una violenza improvvisa, inattesa, e che ha inferto un colpo al suo narcisismo (come accade quando si è derubati o vittime di un incidente stradale, o di una violenza sessuale). Un uomo ferito. Credo che la sua psicologia di fondo non cambierà, e neppure la sua strategia. Ma di certo è un uomo diverso. Quanto non lo so. Non sono uno psicologo, non conosco la persona, non riesco a fare previsioni. La strategia dell’ostensione del corpo non cambierà, certo, ma quel corpo non è più, nell’idea che ne ha il suo proprietario, lo stesso di prima. Se mi permette un paragone: penso a Andy Warhol prima e dopo l’attentato del 1969. Sono due Andy Warhol diversi, ma sempre uguali. La morte ora l’ha visitato. Certo l’artista americano era stato colpito a morte, qui la cosa è diversa… tuttavia l’idea della fine ora si è fatta più vicina alla mente di SB.

 

 

 

 

 

 

Lei fa notare che Berlusconi, demiurgo della televisione e quindi dell’immagine in movimento, fonda la sua rappresentazione su un medium diverso da quello che possiede: la fotografia, l’immagine statica. È il sintomo di un’arretratezza tecnologica? Berlusconi appartiene a un’altra epoca, e per questo non è in grado di appropriarsi dei nuovi media, e di agirli, a cominciare da internet? La rete rappresenta un potenziale luogo di vulnerabilità per il suo sistema di segni, che è il suo potere?

 

 

 

 

 

Penso di sì. Berlusconi è un uomo degli anni Cinquanta. Quella è l’epoca in cui si è formato. Al massimo arriva ai primi anni Sessanta. Non capisce la tecnologia contemporanea, anche se la sua scaltrezza non va sottovalutata. Certo, il suo potere è televisivo, e la sua immagine fotografica. Ma come ha detto una volta Rosalind Krauss, i media si ibridano tra di loro e ci sono pure, almeno in campo artistico, delle ri-mediatizzazioni dei media, e dei loro usi obsoleti: tutto viene ripensato. Il progresso non ha una sola faccia, è piuttosto un Proteo imprevedibile. Certo, la rete non è berlusconiana, ma chi la usa spesso sì. Diciamo così: il berlusconismo è un fenomeno antropologico e l’antropologia non si cambia facilmente né rapidamente.

 

 

 

 

 

 

Il suo libro suggerisce un itinerario storico: dal corpo di Mussolini al corpo di Berlusconi. Nell’archeologia de Il corpo del capo c’è sicuramente Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda. Il corpo del capo che promette di possedere il corpo della nazione. La rappresentazione e perfino lo sfruttamento dell’immagine della donna che diventa un’allegoria del funzionamento del potere. Ma da Mussolini a Berlusconi molto è cambiato. La differenza che passa tra i due poteri è quella che c’è tra un potere priapeo e un potere pornografico? Tra un erotismo funzionale e un erotismo intransitivo? Tra un potere machista e uno ambiguamente trans-sessuale, capace di esercitare l’attrazione erotica attraversando l’immaginario sessuale in tutte le direzioni?

 

 

 

 

 

Ho letto Gadda molto tempo fa, e non ho voluto rileggerlo prima di scrivere il libro, per non restare impigliato nelle sue ossessioni… Capolavoro assoluto Eros e Priapo, ma moderno, non postmoderno. Le cose che dice lei sono tutte post: alla Baudrillard, per intenderci. Il fenomeno trans è quello che inizia negli Ottanta, dalla finanza al sesso, dalla politica alla moda. L’estetica come chiave di lettura del contemporaneo. Il porno nel web è fondamentale per capire cosa è accaduto negli ultimi vent’anni. Sia nell’esibizione sia nell’uso che se ne fa. Sarebbe un lungo discorso, me la cavo dicendo che in Berlusconi anche il porno ha un ruolo decisivo.

 

 

 

 

 

 

L’universo di Berlusconi è un mondo senza storia e senza tempo. Uno spazio anestetizzato in cui, come negli spot pubblicitari, le categorie di vero e falso non hanno più senso. Un presente eterno, senza la prospettiva di futuro: un presente che occulta perfino la prospettiva della morte.

 

 

 

 

 

 

Come periodicamente accade, il dibattito letterario da poco ha riproposto il problema del realismo. Ma in questo universo senza storia, in cui ogni esperienza è secondaria e mediata, ha ancora senso la categoria di realtà? O forse la scrittura ha proprio il compito di scavare, di risalire questo immaginario astorico per ritrovare, attraverso un nuovo realismo, una realtà autentica e autenticamente conflittuale?

 

 

 

 

 

La realtà è una categoria che abbiamo smarrito venti anni fa; non sarà facile ritrovarla. Forse la letteratura ci aiuterà. Sono ottimista, penso che il futuro è imprevedibile. Due cose soprattutto sono da coltivare per questo: la libertà e la volontà umana. Non sono un fanatico del realismo, mi interessa più il neorealismo; meglio: sto con Fellini. Lui sì che aveva capito tutto! Non conta la realtà, ma i sogni sulla realtà; non il realismo ma le immagini della realtà. Fellini ha girato film onirici che ci dicono più cose sulla realtà di quante non ne dicano i film realistici. Se sapessi scrivere un libro come Fellini ha girato i suoi film! È un bel compito questo. Vorrei provarci, prima o poi.

 

 

 

 

 

 

Prolungando il celebre spunto di Pasolini lei ha fatto balenare l’idea di Berlusconi come di un anomalo capellone arrivato al potere: l’affermazione di un conformismo impolitico dopo l’orgia politico-sociale che ha la sua origine ambivalente in alcuni dei miti del ’68. È proponibile una rilettura della storia recente in cui i grandi movimenti di liberazione del secondo Novecento siano visti come veicoli per l’affermazione di un’ideologia dell’edonismo, e agenti di un’attività di annullamento del valore che ha portato al compimento distorto e allucinato delle utopie ugualitarie? Tutti liberi e tutti uguali nel trionfo del consumismo, mentre la democrazia partecipativa si realizza nel televoto?

 

 

 

 

 

La risposta l’hanno fornita i lacaniani come Zižek o Massimo Recalcati: il Godi!, come imperativo categorico che il berlusconismo impone alla società italiana. Non so se è una eredità del Sessantotto o del Settantasette, ma qualcosa di quei momenti c’è nella televisione di Canale 5 e nel Parlamento delle veline e delle escort. Una verità rovesciata, credo. Non esattamente l’utopia al potere. Certo, Pasolini con il suo furore ci ricorda, seppur polemicamente, il valore della castrazione simbolica del Nome del Padre. Lui lottava contro due cose contemporaneamente, come omosessuale: il conformismo del potere e il conformismo dell’antipotere. Una posizione impossibile da mantenere. La sua morte è lì a ricordarcelo. In questo egli è un santo e un martire, anche se è insieme un contro-santo e un anti-martire. Berlusconi è più monotono. Mi ricorda quel genio della banalità che è Warhol: Silvio è l’Andy Warhol della politica. Sono battute, mi rendo conto, ma per risponderle davvero, dovrei scrivere un altro libro, e non so se ne sono capace.

 

 

 

 

 

 

Da Barthes a Calvino, le scritture dell’occhio che lei ha inseguito profetizzavano l’imporsi di una società della visione. Un potere che dispoticamente si mostra ha generato dei cittadini che disperatamente cercano di mostrarsi, di essere inquadrati dall’occhio del potere. La visività del potere però è un affollarsi di immagini che tendono a occultare, lavorano all’opacità. L’occhio della scrittura, l’occhio di Calvino come quello di Barthes, è una strategia conoscitiva che tende a svelare, cerca la trasparenza, o almeno un punto di vista conflittuale. È ancora possibile uno sguardo/scrittura di questo tipo?

 

 

 

 

 

Penso di sì. Cerco di farlo ogni giorno. Il lunedì esce su “La Stampa” una rubrichetta, una cosa da poco, lo so, una specie di “miti d’oggi” per i semplici, ma è il mio modo di guardare le cose, gli oggetti, le manie, un modo da moralista. Si chiama “Minima”. Non sono un teorico, ma un pratico. L’occhio prima di tutto.

 

 

 

 

 

 

Il magistero stilisticamente trasversale di Roland Barthes, le esperienze di Calvino e di Primo Levi in cui narrativa e saggistica convergono. All’incrocio di queste scritture insofferenti di altre specificazioni si colloca l’opera di Belpoliti. Può la letteratura riconquistare una spazio all’interno del discorso pubblico tentando forme ibride, innescando un cortocircuito tra critica e immaginazione?

 

 

 

 

 

Domande sempre difficili… Non ho un’opera, ma dei segmenti a volte scritti, a volte parlati. Nella mia vita ho passato oltre venticinque anni a insegnare, prima in una scuola media superiore, poi, da poco, all’università. Ho parlato più di quanto ho scritto. L’opera orale vale più di quella scritta, almeno per me. E ho avuto dei maestri così. E ne sono felice. E spero che lo siano anche le persone che mi hanno ascoltato. Un testimone che si passa nel tempo, da uno all’altro. La cultura è questo: non è di nessuno, è di tutti. L’ibrido, poi, è nelle cose. Mica l’ho inventato io.

 

 

 

 

 

 

Cito da L’occhio di Calvino: “Il compito che Calvino assegnava alla letteratura è proprio quello di «stare in mezzo ai linguaggi diversi», di tener viva la comunicazione fra essi.” Il compito della letteratura oggi è ancora tener viva la comunicazione tra i linguaggi, o è più urgente forse mettersi di traverso, interrompere e criticare il circuito della propaganda, immaginare delle contro-narrazioni e delle contro-scritture capaci di spezzare il muro granitico dei discorsi ufficiali?

 

 

 

 

 

Narrazioni. Se poi sono contro, o almeno così le percepiscono i lettori, tanto meglio. Mi sento post-ideologico, nel senso che non faccio progetti e non seguo indirizzi ideologici. Questo non significa che io non prenda partito per qualcosa o qualcuno. Ma è qualcosa che viene dopo, oppure accanto allo scrivere. Bisogna uscire dal XX secolo e dalle sue nefande ideologie, dal Lager ma anche dai Gulag della mente.

 

 

 

 

 

 

Lei ha parlato di etica della scrittura per Calvino, e ha lavorato su Primo Levi, uno scrittore in cui è vitale, fondante, il significato etico che viene chiesto al segno. Per entrambi, così come per uno scrittore distante da entrambi, Manganelli, etica della scrittura significa soprattutto strenua coscienza stilistica. È ancora valido l’invito a esercitare un’eticità dello stile come resistenza alle forme linguistiche del potere?

 

 

 

 

 

Credo venga da sé. L’eticità dello stile, temo, o ce l’hai o non ce l’hai. Un dono. Come l’ispirazione. Non ci si mette a tavolino e poi si dice: voglio essere etico. Il potere alla fine l’avrà vinta su di noi, ma anche i poteri finiscono, gli imperi crollano. Tutto quello che l’uomo costruisce è destinato ad andare in rovina. Un pensiero che mi consola, e che deve aver consolato quei coraggiosi – quelli sì che lo erano – che hanno dato la loro vita per la nostra libertà. Si è eroi per caso. Gli scrittori, quasi mai. Chi scrive è sempre un privilegiato, anche se lo fa in galera. Ma dove sono i prigionieri politici in Italia oggi? Siamo perseguitati? Per Il corpo del capo ho avuto un anticipo in denaro, piccolo certo, ma pur sempre un soldo.

 

 

 

 

 

 

Il titolo di un altro dei suoi libri è Crolli, dedicato al muro di Berlino e alle Torri Gemelle. Il recente anniversario della caduta del muro ha fatto registrare un sorprendente unanimismo: l’evento storico ha perso nelle celebrazioni qualunque problematicità. I due crolli, quello del novembre 1989 e quello del settembre 2001 (e aggiungerei anche i giorni di Genova del luglio 2001) hanno eliminato ogni possibilità di critica dell’esistente? Ogni prospettiva politica che sia di trasformazione anziché di riforma (parola che, entrata nella spirale della ripetizione, ha perso qualunque significato sostanziale) è definitivamente bandita? Dobbiamo rassegnarci a scegliere tra diverse proposte di amministrazione del mondo così com’è?

 

 

 

 

 

Mi pare di averlo già detto: non siamo sotto una dittatura, almeno non sotto una dittatura durissima. Certo, a Genova il potere poliziesco si è manifestato in tutta la sua violenza, quella che è celata ogni giorno. E accade che persone in carcere – tossicodipendenti, migranti, emarginati – vengano violentate, punite, colpite, uccise. Lo so bene. Ma non è una realtà generalizzata. La realtà più consueta è quella del supermercato, dell’ipermercato: la democrazia dei consumi rende inutile, o almeno superflua, la violenza delle carceri e dei campi di concentramento. Serviamo come consumatori. È meglio o peggio del Gulag? Diverso, direi, ma certo oggi si muore meno, e anche gli oppositori, gli scrittori “contro” vivono in appartamenti discretamente riscaldati e pubblicano presso grandi editori. Se rilegge Primo Levi, Se questo è un uomo, si renderà conto che ha già riflettuto su tutto questo, nel 1945, poi nel 1955, quando ha riscritto e ampliato il suo libro. Levi: un maestro di vita e di pensiero. Un sovversivo, ma anche un dottorino ebreo borghese di Torino.

 

 

 

 

 

 

Lei ha pubblicato alcuni dei suoi libri più importanti con Einaudi. Per altri libri però ha scelto di affidarsi a un’editoria di ricerca, come Le lettere, Nottetempo e la stessa Guanda, andando incontro alle inevitabili limitazioni di circolazione del libro legate ai problemi della distribuzione. Può spiegare cosa orienta la sua scelta di un editore? E qual è la sua percezione del sistema editoriale in questo momento in Italia?

 

 

 

 

 

Si pubblica dove si può e quando si può. L’importante è avere degli interlocutori interessati ed entusiasti. Il rapporto umano è ancora fondamentale, almeno per me.

 

 

 

 

 

 

Proprio in questi giorni si è riacceso il dibattito sull’organizzazione del sistema culturale in Italia, dominato dalla macroscopica anomalia che fa di moltissimi libri “i libri del capo”. Si è discusso sull’opportunità di sfruttare i canali che appartengono a Berlusconi, o che sono riconducibili alla sua sfera d’influenza. Crede che boicottarli sia una soluzione? Esiste un problema analogo di libertà e di determinazione politica dei contenuti negli altri grandi gruppi che si oppongono a quello berlusconiano? Più in generale: il testo riesce a imporre le sue ragioni qualunque sia la sua collocazione, oppure è inevitabilmente determinato dal contesto?

 

 

 

 

 

Un conto è scrivere su “Libero” e un conto pubblicare con Mondadori. Su “Nazione indiana” c’è chi l’ha spiegato molto bene.

 

 

 

 

 

 

Pordenonelegge ha lanciato il progetto delle classifiche di qualità. Uno strumento che vorrebbe aiutare alcuni libri a scavalcare il muro di silenzio dietro il quale li costringe il sistema della comunicazione culturale. Riesce a valutare l’efficacia di iniziative come questa, che sfruttano soprattutto le risorse offerte dalla rete?

 

 

 

 

 

No, non sono un frequentatore così assiduo della rete. La uso per leggere e stampare cose che non trovo altrove, senza dover andare in biblioteca o spostarmi a Berlino, Parigi o New York. Così come non ho più la televisione da 10-15 anni, ma non per partito preso, perché l’ultima si è rotta e nessuno l’ha più ricomprata, tanto i dvd li vediamo sul computer, e le notizie si leggono su internet; le mie figlie più grandi fanno così da anni. Io la sera leggo, è il momento di maggiore calma, c’è silenzio, tutti dormono in casa. È perfetto. Ma la rete è senza dubbio il futuro. Ci spero e ci credo.

 

 

 

 

 

 

Sappiamo che è in uscita, sempre per Guanda, un suo libro sulla vergogna. Può anticipare qualcosa? Che ruolo ha, se ce l’ha, la letteratura in questo suo nuovo lavoro?

 

 

 

 

Si chiamerà Senza vergogna. Parte da fatti di cronaca, anche “politica”, ma poi esplora varie zone. Un viaggio: dal Giappone ad Auschwitz, da Nagasaki a Città del capo e a Parigi, un viaggio tra i libri, le idee, le persone. Si parla di pornografia e di risentimento, di Warhol e di SB, ma anche di tanti libri: antropologia, sociologia, filosofia, estetica, arte, religione. C’è persino un capitoletto sull’autismo. Un libro eclettico, come al mio solito. Se fossi stato Fellini…. C’è anche un capitoletto sulla Dolce vita e su Cafonal, le fotografie di Dagospia… Mi dirà lei, se ne è valsa la pena. Mi è costata molta fatica e tanta vergogna. L’ho dedicato a lei, alla vergogna.

 

Paolo Gervasi – dottorando della Scuola Normale Superiore di Pisa

 
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