Liceo classico “Morgagni”
Professoressa Raffaella Zecchini (IV-V D VF)
ALDO NOVE
“Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”
FRANCESCO BUFFONI
"Guerra"
La lettura delle due opere vincitrici del Premio Dedalus è stata proposta agli alunni durante le vacanze estive tra quarto e quinto anno di studi: si è trattato dunque di un approccio personale,privo di presentazioni od operazioni di decodifica da parte del docente. Nel corso dell’anno, tuttavia, pensavo di riprendere i testi sia per la significativa apertura da essi rappresentata su quella letteratura contemporanea che la programmazione scolastica del nostro indirizzo di studi inevitabilmente diserta, sia per il collegamento offerto con tematiche e forme espressive curricolari.
Il tema di Guerra non può non prestarsi, infatti, ad un confronto con Il porto sepolto di Ungaretti. A titolo puramente esemplificativo, “Di notti passate facendo/ La guardia alla pietra angolare/ Della caserma e a se stessi”evoca per affinità tematiche “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno” di Veglia; la strenua difesa di una quotidianità rituale “…si teneva / Una mano nell’altra per salvare / La sigaretta contro vento accesa” rimanda a “Appisolarmi là / solo / in un caffè remoto” di C’era una volta. Inoltre la tragedia sempre uguale e reiterata della guerra “Sei sempre tu dalle truppe di Napoleone / Di Attila di Cortez / di Cesare e Scipione”può suggerire raccordi con “Sei ancora quello della pietra e della fionda” (Uomo del mio tempo) di Quasimodo così come la richiesta di damnatio memoriae per indicibili abomini:“Augurando a te una mente / In cui non sia memoria”, “ Dimenticate, o figli, …/ dimenticate i padri” ( Uomo del mio tempo) Del testo di Buffoni andrà naturalmente sottolineata la disperazione disperante della guerra come dimensione cosmica, antropologica, tipicamente contemporanea.
Il romanzo di Nove, di un brano del quale ho proposto alla classe l’analisi del testo prevista tra le nuove tipologie dell’esame di stato per la prova scritta di italiano, si presta invece, per la sua veste esplicitamente non letteraria, ad un discorso di recupero del “grado di scrittura zero” dei Crepuscolari, così come rimanda alle vite in sordina di antieroi di inizio ‘900. D’altronde, nelle scuole romagnole lo stesso titolo Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese evoca quasi istintivamente Piove. E’ mercoledì. Sono a Cesena di Marino Moretti.
Raffaella Zecchini
GUERRA di Franco Buffoni
La guerra è una realtà che da sempre convive con l’uomo e che la poesia ha sempre affrontato, a partire da Omero, dai lirici greci, fino ad arrivare ai poeti del ‘900.
E purtroppo rimane un tema che si presta a una trattazione sempre attuale.
L’opera di Buffoni mira a innescare la riflessione, a parlare per immagini per mostrare una irrecuperabile condizione di degrado umano.
A mio parere, però, Buffoni ha sbagliato il tiro: l’opera si presenta come una elencazione di immagini sanguinose che sconfinano di frequente in una volgarità francamente disturbante.
La cruda concretezza dell’autore diviene talvolta grottesca e, invece di portare alla riflessione, produce un’inevitabile smorfia che rischia di sconfinare nel sorriso. Un esempio per tutti quello della donna uccisa che viene associata ad un albero potato. Se Buffoni utilizza espedienti stilistici che possono essere funzionali al suo obiettivo, come il sovvertimento degli schemi metrici, l’abbandono della punteggiatura, per creare poesie che siano un flusso di pensieri che esprimano la drammaticità della condizione umana, il contenuto appare esageratamente incentrato sull’immagine raccapricciante fino ad opprimere e soffocare la riflessione politica e sociale sottesa ad essa.
Bagattoni Simone
III B
GUERRA di Franco Buffoni
Una rievocazione senza storia né memoria: pare proprio che l’intento dell’autore sia quello di far riemergere dal mare dei grandi eventi e dei grandi personaggi “soldati e gente”, come titola una stessa sezione, di restituire un’identità alle vittime dei crimini più disumani, in una spietata e feroce rappresentazione di ciò che l’indagine storica stenta a rivelare con simile crudezza. E ancora, netto è il rifiuto di allinearsi alla logica della memoria ufficiale, che sembra snaturare le sofferenze dell’uomo segregandole entro la pietra grigia di lapidi e monumenti commemorativi, o riducendole a pezzi da ammirare entro le teche dei musei, di fianco al luccichio di armi e medaglie, di fronte all’occhio indifferente del visitatore. Solo la natura e la terra feconda intervengono a riscattarle, a darvi giusta ricompensa, generando dal cadavere nuova creatura, in un potente quanto inevitabile riemergere della vita. Raccontare senza un inquadramento storico e neppure la parziale selettività della memoria è, a mio parere, l’intento di Buffoni: a partire dalla constatazione che “le parole […] sono lunghe e finisce che assorbono pezzi di dolore”, come scrive lui stesso.
Più che sviluppare una trattazione sulla guerra, si vuole innescare una riflessione, come è reale compito del poeta, si vuole evocare, senza esaurire l’idea nel vano tentativo di una sua esplicitazione: la movenza narrativa si va allora scandendo come un susseguirsi ininterrotto di immagini, in un rapporto di reciproca germinazione e di libera associazione dell’autore, come l’articolarsi di elementi visivi, uditivi, tattili, per pura giustapposizione, la cui drastica semplificazione sintattica trascina il lettore in un cortocircuito straniante di impressioni.
Il mescolarsi di molteplici dati sensoriali risulta difficilmente penetrabile dalle sue strutture razionali, l’arbitrarietà stessa che presiede a questa accumulazione sembra farsi rabbiosa espressione del disorientamento, di quello stesso disorientamento generato dall’accatastarsi frammentario e asistematico delle informazioni nell’attuale civiltà mediatica.
Il tema della guerra, in particolare, è imbrigliato e potenziato dalla pregnanza dei contrasti che l’autore ci propone: l’incombere delle bombe sul gioco innocente dei bambini, il rosso del sangue, presenza ossessiva nell’intera opera, che si propaga attraverso la policromia dei prati in fiore, il ferro arcigno delle lame a contatto con la nuda carne, le grida di chi muore contro al silenzio del loro destino, il simbolo del crocifisso sulla divisa dei carnefici, le risate e i gesti quotidiani dei torturatori, ad emblema della loro agghiacciante normalità. Emergono così, in tutta la loro densità concettuale, le contraddizioni della natura umana, che è necessariamente portata alla violenza dal suo stesso codice genetico ma paradossalmente si trova volerla raffinare attraverso le proprie acquisizioni tecniche ed intellettuali, “in una parodia di perfezione”, come conclude amaramente Franco Buffoni.
Di fronte ad una così spiccata sensibilità di pensiero, di fronte ad una tale finezza di ricezione e comunicazione, direi che spiazza decisamente quella sezione iniziale in cui l’autore ci scaglia di fronte l’aberrazione delle più degradate realtà umane ( forse l’esigenza di scalfire la durezza emotiva del lettore contemporaneo). Non è più possibile provocare senza disgustare?
Barbara Bravi
III B