“Liceo scientifico Fulcieri Paulucci di Calboli”
Professoressa Valentina Mainetti (IV-V E)
RECENSIONI ALDO NOVE
“Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”
CLASSE IV E
"Mi chiamo Roberta, ho quarant'anni e guadagno 250 euro al mese" si presenta come una rivelazione. Il contenuto non risulta eccessivamente originale, visto il suo riferimento alla dura meschinità odierna, ma lo è sicuramente lo stile di scrittura e l'ingranaggio del racconto.
Aldo Nove effettua, infatti, una lucida e tagliente analisi della sintassi sociale, mettendo in luce la realtà del precariato, base dell'odierno sistema lavorativo. I più colpiti da questo morbo aziendale, che si camuffa sotto il nome di “co.co.pro” e “co.co.co”, tutti contratti a tempo determinato, sono la fascia dei giovani tra i 25 e 32 anni, definiti come il nuovo fenomeno dei "milleuristi", accasati a spese dei genitori e con il sogno di una famiglia, prospettiva più che mai classista dei benestanti. Gli intervistati sono quella realtà sommersa che i media evita accuratamente, sebbene loro stessi sfruttino manovalanza, come Riccardo, addetto alla computer grafica, "in un contesto che continua a sfiorare l'illegalità e spesso ci cade in pieno", come lui stesso afferma.
Nove si è calato all'interno della quotidianità di questa fascia con esiti sconcertanti. La dura battaglia per la sopravvivenza, fatta a colpi di calcolatrice al supermercato e di sconti trovati su Internet, va di pari passo con l'effettiva caduta del sogno adolescenziale e lo scontro con un'apparenza labile e vuota. La stessa Milano, meta dei sognatori delle miniere di lavoro, non è in realtà altro che una vetrina riempita di rimanenze, dove si applica, ogni giorno, la mortificazione dei valori svuotati dai più intraprendenti all'epoca del boom economico. Alessandra, Riccardo e Roberta sono solo alcuni delle migliaia di giovani messi di fronte all'impossibilità del mercato del lavoro di partorire contratti stabili e la concretizzazione della propria laurea. Come afferma Cilia, costretta ad emigrare in Inghilterra, "possiamo ridefinirci come merce-lavoro assolutamente interscambiabile, pur entro condizioni contrattuali".
La distanza tra datori di lavoro e dipendenti, già fortunati a ritenersi tali, non è più una simbiosi necessaria allo sviluppo del mercato, ma è volta ad uno sfruttamento incondizionato del primo ai danni del secondo, arrivando a definire il contratto a tempo indeterminato "una vera utopia". L'intero sistema, secondo il pastore Domenico, è formato da piccole leggi volte a minare il singolo e l'intraprendenza privata, su tutte la legge Biagi, sicuramente predominante, ma non unica autrice, dell’abbagliante sfacelo.
Forse la colpa sta nel periodo storico che, come cita Aldo Nove stiamo attraversando, il cosiddetto "capitalismo di finzione" ovvero l'integrazione forzata ai modelli proposti dalle multinazionali; i nuovi paladini, tuttavia, non sono più i cavalieri o gli operai fordisti, bensì una turba di laureati che rincorrono stage, o agenzie interinali, autrici inconsapevoli della schiavitù bianca, proprio come Marco e Cilia, nella speranza del lavoro sognato. Peccato che il sogno resti tale.
Questa agonia lavorativa si ripercuote anche sulla vita privata, traslando la paura del fallimento anche nelle relazioni e nel futuro, visto con avversione e terrore, perché rappresentante dell'inevitabile bilancio esistenziale. La strada per un miglioramento non è però del tutto preclusa. I “milleuristi” hanno saputo organizzarsi in siti e in blog dove scambiarsi informazioni e dritte, ma dove possono trovare soprattutto persone come loro che vedono nel lavoro un diritto e non solo un dovere. "Oggi il gruppo non c'è più. Ci sono individualità esasperate", parola di Fabio. Il meccanismo dell'esaltazione del singolo viene messo in pratica come nel caso di Maria, impiegata centralinista, per creare “mobbing”, far dubitare della propria capacità e sviluppare una visione avversaria del prossimo, il quale versa nelle medesime condizioni, mediante una sottile pressione psicologica.
Il torpore collettivo è paragonato da Aldo Nove ad una droga. Eppure basterebbe poco: capire che la tv di “Vallettopoli” è in realtà una finzione, perché esiste un ceto che la tv non se la può nemmeno permettere, saper dire di no alla svendita della propria intelligenza e fare come i francesi, scesi in piazza contro il Cpe, del premier Dominique de Villepin, creata per combattere la disoccupazione giovanile, ma che agevola, in realtà, un po' come in Italia, i licenziamenti senza giusta causa.
Il vero risultato che Aldo Nove auspica è lo scuotersi comune delle coscienze, per individuare i nemici di quella calma rassicurante che una volta si raggiungeva alla soglia dei quaranta anni. La lotta di ognuno dei personaggi coinvolgerà inevitabilmente il lettore, il quale troverà, in almeno uno dei casi, un briciolo del suo malessere e una serie di consigli e di testimonianze che faranno riflettere anche i “multinazionali-reality-dipendenti”.
Noemi Ravaioli
CLASSE V E
MI CHIAMO ROBERTA, HO 40 ANNI, GUADAGNO 250 EURO AL MESE…
«L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro.».
Questo è l’incipit del nostro testo costituzionale, articolo votato dai nostri padri costituenti nel lontano 1947 e infangato dalla “new economy” nel nostro complesso presente. All’epoca il Lavoro non era qualcosa di astratto e vanescente, ma era visto propriamente come quel diritto–dovere capace di rendere l’uomo cittadino.
Oggi il termine “lavoro” si declina al plurale, parcellizzandosi in miriadi di enti, associazioni, aziende, imprese, che propongono infinite ed indefinite tipologie contrattuali, capaci di stordire non solo i lavoratori, ma anche chi, i lavoratori, dovrebbe tutelarli. Svincolandosi dalla legalità con l’uso di una retorica non semplicemente ambigua, ma, piuttosto, “toti–interpretabile”, basata su formule, che, alla stessa stregua di difettose cellule staminali, possono assumere qualsiasi significato, e tacendo là dove neanche la più fantasiosa interpretazione può celare la truffa, gli ultrainnovativi contratti odierni costringono i lavoratori ad un precariato a tempo indeterminato.
È questo il panorama disarmante che emerge dal “docudramma” di Aldo Nove. Ciò che più risulta evidente dalla lettura di questa serie di interviste è il fatto che i casi riportati non sono affatto le cosiddette “eccezioni che confermano la regola”. Tutt’altro: sono storie comunissime che la regola, quella secondo la quale il lavoro dovrebbe essere un mezzo di sostentamento e non di logoramento per l’individuo, la smentiscono eccome! Questi soggetti lavorativi ibridi tra il professionista e lo stageista, nel senso che lavorano, in quantità e qualità, al pari di un professionista, venendo pagati al massimo quanto un stageista, sono stati battezzati “lavoratori atipici”. Perché atipici? Un qualsiasi dizionario della lingua italiana, affianca all’aggettivo “atipico”, più o meno, questa definizione: agg. (m. pl. atìpici). I cui caratteri non corrispondono a quelli di alcun tipo noto. Il dizionario che ho ora sotto mano, in particolare, riporta come esempio dell’uso di questo termine “malattia atipica”. Comparando questa definizione con la realtà vissuta da così tante persone nell’odierno mondo del lavoro, sono giunta ad una conclusione: lavoratori atipici non sono così denominati perché i caratteri del loro lavoro non corrispondono a quelli di alcun tipo noto, infatti, ormai, la nostra realtà economica ne è piena; piuttosto gli è stato affibbiato questo nome perché tali caratteristiche costituiscono una malattia endemica e, direi, degenerativa, del sistema lavorativo dei nostri giorni, per la quale non è stato ancora individuato un vaccino. Il fatto è che, purtroppo, nessuno sta cercando di trovare una reale soluzione a queste nuove forme di sfruttamento semi–legalizzato o, meglio, simil–legalizzato, ma, al contrario, coloro che ne avrebbero il potere, continuano a cantare i vantaggi offerti da questa geniale flessibilità di contratto a tal punto che i giovani lavoratori, a loro avviso, dovrebbero addirittura ringraziare di esserne stati contagiati.
Torniamo, ora, alla nostra costituzione, che in linea teorica dovrebbe essere fondamento imprescindibile della vita di questo bel paese. È presente, nel nostro testo costituzionale, un articolo, inerente il rapporto costituzione–lavoro, che suscita la mia indignazione nel vederlo così tanto e tanto palesemente ignorato da chi può permettersi di guardare con distacco coloro che, per guadagnarsi da vivere, ne sudano anche venti di camicie; ossia da chi il lavoro lo comanda, anziché subirlo. Intendo riferirmi all’articolo 36, che recita, nel primo comma: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».
Prendiamo, a caso, una storia riportata nel testo di Aldo Nove, Storia di Luigi: dopo essersi laureato con il massimo dei voti a giurisprudenza e aver superato l’esame di abilitazione all’attività forense, viene pagato, nello studio nel quale lavora, la miseria di quattrocento euro al mese. Quattrocento euro al mese! Non è possibile sopravvivere con quattrocento euro mensili, tanto meno assicurare a sé e ad un’eventuale famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”. E questo non è certo un episodio isolato: ognuno dei quindici interlocutori dell’autore sono accomunati da questa precarietà, che li costringe a gestire mille impieghi, senza mai, loro malgrado, poter disdegnare l’indispensabile aiuto dei genitori.
Costretti a veder continuamente disilluse le proprie aspettative; incapaci di far valere i propri diritti, perché chi li calpesta si rende inattaccabile; sballottati da una forma di precarietà lavorativa all’altra; mercanteggiati come schiavi in un moderno commercio triangolare dei lavoratori: lo scenario che ci viene presentato nel libro di Aldo Nove è quanto mai arido e sconcertante, allarmante. Forse, però, non tutto è perduto: c’è bisogno, innanzitutto, di informazione, la sola capace di formare una reale consapevolezza del mondo che ci viene propinato, ed è questo che, sicuramente, Aldo Nove ha contribuito a fare col suo testo, direttamente, esplicitamente, incisivamente, senza peli sulla lingua.
Balelli Irene
Aldo Nove:c’è una via d’uscita?
Un quadro perfetto
dell’odierno mondo del lavoro governato dalla costante incertezza di avere o
no un posto fisso, e inaridito dalle continue delusioni di chi a poco a poco
si rende conto che una vita di studi e sacrifici non basta per arrivare a
fine mese.
Finalmente Aldo Nove mette in luce il lato nascosto di una società volta
esclusivamente al raggiungimento del profitto, una società senza giustizia
né morale, senza professionalità né rispetto delle leggi, all’interno della
quale la “forza lavoro” è considerata più del lato umano.
Ed è con questa diretta descrizione della realtà, che l’autore risveglia dal
sonno dell’indifferenza le menti dei lettori, dosando attentamente una
chiara semplicità mista ad un sottile sarcasmo, e dando così voce a un
problema che, a causa dell’indifferenza e della rassegnazione con cui è“affrontato”, logora inesorabilmente la realtà sociale e lavorativa
italiana.
Ed è con grande maestria che l’autore solleva l’argomento evidenziando i più
importanti temi, a cominciare da quello della disoccupazione per giungere a
quello propriamente sociale, e riesce a rendere con chiarezza la necessità
di una risoluzione: finalmente una voce fuori dal coro che descrive le condizioni di un’intera
categoria lavorativa, e il disagio causato da una situazione che , giunta
ormai a un punto fermo, necessita di una svolta.
Sofia Carella
La nuova realtà economica del precariato
“L’assenza di tutele, di sicurezze, il precariato, sono tutte facce della stessa medaglia, la condizione attuale, in cui tutto viene vissuto con ansia, un “qui e subito” che non ha certo a che fare con Goethe e con la bellezza dell’attimo, ma con il fatto che la realtà è spezzettata e ci atteniamo al dato biologico, quello imprescindibile. Un eterno adesso, gonfio di paura, tanto poi tra un’ora è un altro giorno.”
Leonardo, responsabile della comunicazione in una Dotcom.
Una nuova realtà lavorativa sta monopolizzando il panorama economico italiano: il precariato. Ovvero nessuna indennità e garanzia, orari di lavoro selvaggi, salario praticamente inesistente. E pensare che qualcuno ha anche il coraggio di nascondere questa nuova forma di sfruttamento istituzionalizzato con il termine a dir poco eufemistico di “flessibilità”.
In tutta onestà, devo ammettere la mia ignoranza, fino a pochi mesi fa, sull’esistenza e soprattutto sull’entità di questa nuova problematica, nonostante le reali dimensioni che questa via via sta assumendo: un mea culpa in questo caso è d’obbligo, anche se non me la sento di assolvere nemmeno i mass media o la scuola per la completa mancanza d’informazione sull’argomento. Trovo infatti inconcepibile che una giovane liceale, chiamata nell’arco di qualche anno ad affacciarsi al mondo universitario o lavorativo, sia completamente all’oscuro di quella che è il reale (e piuttosto avvilente) scenario che le si prospetta una volta uscita da quell’ovattato e sicuro nido che è la scuola superiore odierna: un minimo di consapevolezza e coscienza di tale problema ritengo infatti debba essere garantita attraverso una campagna mediatica di più ampio respiro (e penso che nessuno si lamenterebbe se al telegiornale venisse trasmessa un’inchiesta su tale argomento al posto dell’ennesimo servizio sulle vicende sentimentali dell’ultima velina di turno) e attraverso incontri e discussioni organizzati all’interno delle istituzioni scolastiche per sensibilizzare gli studenti. Ma questa della disinformazione è un'altra (e sicuramente non meno delicata e profonda) piaga dell’Italia del nostro tempo, su cui non mi sembra il caso di soffermarmi ulteriormente, per evitare eccessive digressioni.
Torniamo quindi al precariato, e alla mia totale ignoranza sull’argomento. Un giorno, quasi per caso, mi è passato tra le mani un volumetto dall’insolito titolo “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese..” e ho iniziato a sfogliarlo. Pagina dopo pagina, ho divorato con sempre maggiore voracità le graffianti ed incisive interviste al vetriolo dello scrittore Aldo Nove a quindici giovani lavoratori precari e mi si è aperto un nuovo aspro e struggente mondo: un mondo di disillusioni ideologiche, di sogni infranti, di mera ed obbligata accettazione di una situazione oggettivamente inaccettabile.
La cosa che più mi ha colpito di questi fugaci ritratti è sicuramente il senso di insofferenza e di frustrazione provato da quasi tutti i giovani protagonisti del libro: un’intolleranza legata a un lavoro che non permette di esprimere e realizzare pienamente il proprio io, la propria personalità; un lavoro che non dà alcun tipo di soddisfazione, ma al contrario sottopone il povero precario a uno stress fisico e psicologico (non è infatti assolutamente da trascurare l’effetto deleterio del mobbing); un lavoro che quasi sempre non rispecchia, anzi spesso non ha proprio nulla a che fare con le “sudate carte” sulle quali sono stati investite ore ed ore di studio (oltre che soldi, ovviamente!); e soprattutto un lavoro privo di qualsiasi garanzia, che non permette quindi di fare alcun tipo di progetti, delineando così un futuro che sembra sempre più fumoso e privo di certezze. Ma si può ancora definire lavoro questo?
Un’altra cosa altrettanto sconcertante è, perlomeno dal mio punto di vista, l’atteggiamento di rassegnazione dei lavoratori precari. Di fronte a un sistema economico che offre loro una carriera tutt’altro che sicura, remunerativa e soddisfacente, essi non tentano in alcun modo di ribellarsi a tale sistema e far sentire la propria voce per poter cambiare effettivamente la realtà: il loro atteggiamento è invece quello di passiva sopportazione, concedendosi al massimo qualche indignata lamentela. Un barlume di speranza e di slancio d’azione lo ritroviamo solo in sporadiche figure come quella di Marco, un operaio precario che, tra la totale arrendevolezza dei suoi colleghi e la lotta per migliorare le sue difficili condizioni di lavoro, ha scelto quest’ultima, diventando rappresentante sindacale.
A causa delle moderne aziende, che, come afferma la giornalista americana Naomi Klein nel suo libro No Logo, non sono più “produttrici” di occupazione, ma “coordinatrici” di lavoro autonomo, e a causa di questa nuova realtà del precariato, che rende ancora più utopico e idilliaco il mito del “posto fisso”, ai giovani d’oggi si prospetta uno scenario lavorativo tutt’altro che rassicurante: sta quindi a questa nuova generazione di lavoratori cercare di adattarsi a questa mutata situazione, entrando in una forma mentis di totale apertura e versatilità ad ogni tipo di impiego, ma soprattutto non rinunciando mai a far valere i propri diritti.
Elisa Feletti