“Liceo scientifico Fulcieri Paulucci di Calboli”
Professoressa Francesca Rosetti e Marilena Raggi (IV-V D VF)
RECENSIONI ALDO NOVE
“Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”
CLASSE IV D
Storie quotidiane, di giovani e non, che vivono la difficile realtà lavorativa dell’Italia contemporanea. Aldo Nove denuncia, attraverso una inchiesta dove gli intervistati parlano di aspirazioni che non riescono a realizzare, fenomeni come il mobbing, la concorrenza spietata, l’individualismo portato agli eccessi. Il mondo del lavoro è fondato sull’iniquità, sulle ingiustizie e sullo sfruttamento: anche i più elementari diritti dei lavoratori vengono ignorati o calpestati, l’eccesso di flessibilità sfocia in una precarietà che non garantisce alcun futuro. Dopo anni di sacrifici sui libri, dopo aver faticosamente conseguito una laurea nella speranza di poter affrontare un futuro lavorativo dignitoso, ci si ritrova con stipendi bassissimi, non sempre pagati con puntualità, con l’impossibilità di acquistare un immobile e di formarsi una famiglia, senza la prospettiva di una pensione. Una vera e propria dittatura commerciale.
Marianna Casadei
“Cosa vuoi fare da grande?” Si domandano i bambini a vicenda: “Io sarò un pastore, come il mio papà...”
Domenico,dalla Sardegna:<Faccio il pastore a tempo pieno, ho duecento pecore. Sono un lavoratore autonomo con partita Iva. Noi pastori siamo in mano ai caseifici, ormai. Loro decidono i prezzi; noi, i produttori, consegnamo agli industriali senza sapere quanto e quando ci pagheranno>
<io invece diventerò un avvocato!>
Luigi, laurea in legge dal '95:<Finito il dottorato ho iniziato a fare pratica d'avvocato, ovviamente non retribuita. Dopo due anni ho superato l'esame di avvocato e ora mi pagano quattrocento euro al mese. Non abbastanza per mantenermi, quindi lavoro in un ristorante. Ma lo devo fare di nascosto>
<Mia mamma dice di laurearmi, così potrò fare ciò che voglio!>
Roberta,laurea in lettere:<Ti rendi conto giorno per giorno che la tua laurea, i tuoi decenni d'esperienza, non hanno nessun valore contrattuale, che sul piano del lavoro non sei niente.>
Qualche esempio, tratto da tre delle quattordici interviste assemblate da Aldo Nove nel suo libro,quadro generale di una nazione di precari. Storie di una generazione di trenta-quarantenni che, schiacciati da un presente instabile e insicuro, vedono svanire i loro progetti, il loro futuro. Giovani che, sopraffatti dal ritmo stremante delle giornate lavorative, rinunciano al sogno di una famiglia, di un figlio. Storie di sogni smorzati dalle fittizie promesse delle agenzie interinali o dall’oppressione del mobbing dei superiori sui nuovi arrivati. Storie di persone giudicate, accettate o rifiutate non per quello che sono, ma in base a criteri economici. Storie raccontate da coloro che le vivono, affiancate e introdotte dalla voce realista e radicale dell'autore, che le integra con le sue esperienze e riflessioni, a completare e personalizzare un reportage struggente,un tuffo nella realtà del lavoro in Italia, spesso sconosciuta o evitata.Una realtà che emerge in un susseguirsi di vicende narrate in modo semplice e sincero, che ti prendono e ti inducono a farne parte.
E, una volta vissute da lettori, solo un pensiero resta chiudendo il libro tra le mani, tra il vuoto: E quei bambini? Qualcosa dovranno pur fare da grandi...
Giulia Monti
Il mondo del lavoro visto dai giovani di oggi è quello che viene rappresentato dal libro di Aldo Nove intitolato “Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni, guadagno 250 € al mese…”. Un mondo dove il posto di lavoro “fisso” è ormai obsoleto. Il libro è un susseguirsi di esperienze lavorative raccontate dai giovani (o meno) intervistati dall’autore.Gente delusa ma pronta a tutto: lavoratori interinali, co.co.co, co.co.pro, disoccupati, precari, gente che denuncia la sua instabilità lavorativa, le ingiustizie viste e vissute in azienda, le sue difficoltà economiche nel dover affrontare la vita quotidiana guadagnando pochi euro al mese. Giovani che, nonostante la volontà e la disponibilità, una volta terminati gli studi vengono catapultati in una realtà diversa da quella che era stata prospettata. Giovani costretti a fare più lavori per “sbarcare il lunario” o costretti a vivere sempre a carico dei genitori.
Un libro che in maniera semplice spiega, molto meglio delle solite indagini e statistiche, quale fenomeno sociale e generazionale è oggi il mondo del lavoro.
Gian MatteoValmori
CLASSE V D
Impossibile avere una casa, un figlio, un sogno…impossibile avere un futuro.
Quella di Roberta è solo una delle quattordici realtà raccontate nel libro. Un libro sulla realtà dei giovani di oggi costretti ad una vita senza futuro. Chi fa il pastore in Sardegna, chi l’operaio a Milano e chi fugge in Inghilterra per trovare lavoro. Esperienze tutte diverse tra loro, ma che in fondo sono estremamente simili; tutte accomunate dalla precarietà lavorativa, dalla mancanza di una via d’uscita, dalla disperata richiesta d’aiuto…richiesta che nessuno, indifferente, accoglie.
Tra un’intervista e l’altra Aldo Nove commenta in modo tagliente, diretto ed efficace le varie realtà che dominano il mondo del lavoro mettendoci di fronte ad un problema che potrebbe essere di tutti ma del quale pochi si preoccupano. La sua è un’inchiesta abile e senza precedenti che mira ad informare e a scuotere il mondo dei politici e degli industriali, non interessati a risolvere una situazione che porta loro solo guadagni.
Una lettura che aprirà a tutti gli occhi sulla realtà che ci circonda, in particolare ai giovani che diventeranno più consapevoli e preparati al mondo del lavoro che li aspetta.
Sassi Luca
14 scioccanti interviste… Ecco il modo con cui Aldo Nove racconta il mondo dei lavoratori precari, facendo emergere, grazie ad appassionate e smaliziate prefazioni, una realtà tanto spaventosa quanto ignota ai più, svelandone ogni aspetto e puntando il dito sui grandi compromessi morali alla base dell’attuale realtà italiana. Trash, capitalismo, globalizzazione sono le parole d’ordine di una società all’insegna della finzione: sotto reality show e corse al successo, che non lasciano il tempo di pensare, si cela una realtà di disperati quarantenni in cerca di lavoro così come di valori concreti e umanità. Nulla è lasciato alla fantasia; la realtà viene presentata nuda e cruda e, per una volta, dal basso, da chi è personalmente coinvolto in questi drammi. Ciò che accomuna i precari, indipendentemente dal fatto che essi siano insegnanti, pastori, impiegati o anarchici è la voglia di uscire dalla finzione che li circonda e in cui non si riconoscono, per vivere nel nome di ciò in cui credono. I contenuti del libro sono chiara espressione di persone che non hanno rinunciato alla cultura vera, alla qualità, ad essere, nel senso proprio del termine, ad amare.
Il messaggio che Aldo Nove cerca di trasmettere è a maggior ragione rivolto ai giovani, un invito a cambiare quello che non va senza mai arrendersi, perché, ci dice Angelo: “Lasciar perdere non è giusto, anche senza entusiasmi.”
Enrico Brunelli
CLASSE V F
LA REALTÀ DEL LAVORO OGGI
Il libro si può definire un reportage sul mondo del lavoro oggi, un problema che riguarda tutti. Un insieme di taglienti interviste a giovani e non più giovani raccolte a seguito di una coraggiosa inchiesta, dove ad ognuna delle realtà descritte l’autore ha affiancato un suo commento. Si tratta della realtà, appunto di storie vere dalle quali emergono con un intenso significato sogni, illusioni, idee e sconfitte. Storie vere nelle quali solo nomi e luoghi sono stati modificati; la storia di un’insegnante, di un grafico pubblicitario negli anni ‘80, di un pastore precario, di operai, di chi rimane stagista a vita, di chi lavora part-time, o in uno studio da avvocato ma si mantiene facendo il cameriere…
Aldo Nove si è fatto loro portavoce, ha presentato e messo a nudo la realtà di oggi, del mondo del lavoro, di ciò che per molte persone è diventato un vero e proprio “dramma”. Un dramma del presente ma anche del futuro.
Masini Margherita
Recensione per il giornalino del Liceo Scientifico Forlì
Soffocata da una realtà tiranna, può la passione dell’uomo cessare di ardere?
“Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese”. Un linguaggio raccolto dalla quotidianità quello di cui Aldo Nove si serve per ritrarre con chiarezza, la cruda concretezza lavorativa. Ad interviste, si alternano anche riflessioni sociologiche dell’autore stesso. 14 piccoli drammi di anime inaridite da continue ansie: denaro, precarietà, frenesia. Una realtà in cui appaiono inconciliabili i propri ardori con le energie provate dalla sopravvivenza. Vittime sempre più apatiche affondano dentro sabbie mobili, languono come se fossero continuamente sbattute, da un vento irriguardoso, contro aspre montagne. Nemmeno l’amore riescono a sostenere, in un mondo in cui non esistono forme di solidarietà, in cui è assente ogni etica di rapporti ma vige il cosiddetto ‘carrierismo belligerante’. La bulimia d’informazioni prodotta da incoscienti mass media, l’arrivismo economico snervante e il fluttuare di valori come caduche foglie autunnali in un vortice, sono, a detta del nostro autore, tra le principali cause di nuovi tumori: sradicamento psichico e smarrimento della propria funzione sociale.
Caterina Bonamici
QUATTORDICI PERSONE, UN DESTINO COMUNE:
NESSUNA CERTEZZA PER IL FUTURO
“Mi sembra che noi giovani siamo tutti bloccati, immersi dentro le sabbie mobili…”, così afferma Luigi, uno dei tanti “ragazzi”, ormai sempre più vicini ai quarant’anni, intervistati da A. Nove. Il mondo messo in primo piano dall’autore, è quello del lavoro… instabile, non adeguatamente remunerato, pieno di soprusi e inganni. Ogni storia, per quanto unica e originale, è legata alla successiva e tutte e 14 sono anticipate da un commento introduttivo dell’autore. Grazie ad un linguaggio semplice, quasi grezzo, e al tipico stile dell’intervista, Nove porta alla luce un mondo pieno di disillusioni, di sogni e progetti infranti da un “sistema” che non ti considera uomo, ma merce di scambio (il caso delle agenzie interinali). Purtroppo la realtà va ben oltre: in molti casi si parla di contratti frustranti che spesso vengono accettati pur di lavorare e molti degli intervistati, nonostante le condizioni di lavoro, ringraziano dell’opportunità loro concessa. Affiora costantemente nel libro l’ insoddisfazione per non essere riusciti a realizzare una vita autonoma, senza il sostegno finanziario dei genitori. Una insoddisfazione accompagnata da una angosciante incertezza su cosa possa riservare il futuro.
Alessandro Chioccini
TRA LAVORO E SOPRAVVIVENZA
“Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”. Questo il nuovo libro di Aldo Nove, che già dal titolo dà prova della terribile situazione lavorativa di oggi. A parlare sono i diretti protagonisti di un mondo professionale che ha fatto del precariato una normalità: da Alessandra, grafica pubblicitaria impegnata in vuoti e vani contratti a progetto, a Leonardo, immerso in un ambiente privo di umanità; e poi Cilia, prima impiegata in un call center e poi finita nel limbo delle agenzie interinali, fino ai casi di Domenico, pastore sardo schiavo degli interessi degli industriali, e Carlo, multi-lavoratore a 18 ore al giorno.
Quattordici interviste, quattordici storie: solo esempi di quella ben più grande moltitudine di lavoratori costretti nell’incertezza del futuro, in una realtà opprimente, persone obbligate non a vivere ma a sopravvivere. Il tutto espresso con una cronaca tagliente e cruda, con quella rabbia che è solo di chi questa situazione la vive sulla propria pelle.
A ogni racconto fa da introduzione un commento dell’autore, non meno aspro e veemente, posto come momento di riflessione e critica. A partire dallo spunto di ogni singola storia e ricorrendo a numerose citazioni, con uno stile che sfocia a volte nella scrittura in versi, l’autore delinea i vari aspetti di un tipo di sistema in cui prevalgono sempre più i valori economici al posto di quelli umani.
Arianna Neri
L’ULTIMA FRONTIERA?
Vivere è diverso da sopravvivere: questa è la chiave, il messaggio che il libro, l’autore, le persone, vere protagoniste di questo reportage, vogliono trasmettere. Roberta, insegnante, eroina eponima della prima storia e del libro, è una bambina di 40 anni, irrisolta emotivamente, la quale non si è potuta permettere il lusso di essere madre. “Roberta come li vedi i ragazzi di oggi? Smarriti in una realtà semplificata, semplice ma falsa, terrorizzati in un paese, l’Italia,- come dice Alessandra, laureata in grafica pubblicitaria, raccontando la sua storia,- disegnato a cartone animato, modellato a reality show” i cui concorrenti, intervistati esclusivamente da Aldo Nove, vivono nell’angoscia di non essere considerati persone, nella paura di finire nella strada senza uscita della delinquenza, parte di una generazione che vive, o meglio sopravvive erodendo il capitale del passato, con rapporti umani gerarchici, in un medioevo moderno.
Davvero è così il mondo? Un eterno adesso gonfio di paura, un insieme di regole economiche scappate di mano, dove tutto è velocizzato e la qualità si dissipa? Cos’è rimasto da salvare? La cultura? Quella cutanea che rende rara la cultura ampia, profonda, indagatrice? O forse sono l’unicità, l’originalità a mancare in questa fiction reale, dove tutto appare come una catena di montaggio di cloni?
Eleonora Ciani
Mi chiamo Roberta ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese
Volevi un romanzo. O magari una di quelle storie in cui il protagonista è alle prese con i problemi (finanziari) del proprio lavoro…storia triste ma, a leggere il titolo, pur sempre raccontata con ironia. Già immagini e sorridi guardando la copertina. Poi però inizi a leggere e scopri che non è un racconto, bensì un insieme di interviste, modificate nei nomi dei personaggi ma reali, con persone e problemi veri. E quel sorriso pian piano svanisce. Aldo Nove qui non mira a divertirti bensì a denunciare una realtà, quella dei giovani (e non più tanto giovani) alle prese con il lavoro, quello spietato e sfruttatore dei contratti flessibili e delle agenzie interinali, con la triste consapevolezza di una vita che vita non è, passata saltando da un occupazione all’altra, fatta di ansia continua, frustrazione e poco tempo per costruire una famiglia e darle sicurezza economica. C’è chi è legato al mondo dell’istruzione, scuole e università, chi appartiene alla classe operaia, chi anche fa il pastore e chi affronta con rassegnazione più di un lavoro al giorno sacrificando tutto il resto. Quattordici storie, i cui personaggi sembrano vivere situazioni sempre più incredibili e degradanti man mano che arrivi alla fine del libro, dove senti di non desiderare più il tuo bel romanzo e capisci che lo schiaffo è servito per svegliarti e renderti conscio di una tremenda realtà italiana che potrebbe colpire anche te, prima o poi.
Michele Pretolani
La generazione senza fututo
Aldo Nove in questo libro affronta i problemi occupazionali che assillano le nuove generazioni: attraverso le esperienze di uomini e donne, diversi per età, ma accomunati da ciò che ormai è diventata una “normalità” al limite del paradosso, egli stesso dichiara di aver cercato storie, evitando quelle troppo borderline. Sfogliando le pagine si incontrano uomini nei quali è possibile riconoscersi, uomini che entrano in “punta di piedi”, raccontano la loro vita, le loro speranze e i loro sogni infranti e se ne vanno così come sono entrati, silenziosamente, per lasciare posto ad altre voci, non “urlate”, vere e per questo diverse da quelle che si avvicendano nei talk show.
Nove usa una scrittura semplice, diretta e solo nelle parti che anticipano l’intervista abbandona lo stile giornalistico per abbracciare uno stile personale, meno oggettivo e per questo più consono ad alternare ricordi rubati alla sua esperienza a citazioni “alte” che entrano in contrasto stridente con la semplicità di linguaggio dei protagonisti. Il libro lascia spazio, nonostante la caduta di valori, ad una possibile salvezza: da ricercare, secondo le parole di un intervistato, in un ritorno alle origini, quando l’uomo era ancora strumento di trasformazione e non prodotto e vittima di un processo di globalizzazione.
valentina Valpiani
A.A.A. CERCASI LAVORO DISPERATAMENTE
Aldo Nove, “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”,Einaudi, Euro 12,50
Una jungla fatta d’agenzie interinali, lavori part-time a tempo determinato e università «on-line»; questo è il panorama in cui si svolgono le storie di quattordici persone, uomini e donne, giovani e non più giovani, che hanno un fattore comune…svolgono un lavoro precario. Lavoro che non permette loro di costruire una famiglia, come dice Roberta “Oggi, fare un figlio è un lusso”, o che li costringe, come racconta Luigi, a chiedere aiuto ai genitori, ma “[…] questo, capisci, a trentatré anni è umiliante”. E' un libro che racconta l’amara situazione del mondo del lavoro oggi, un vero dramma per gli Italiani e soprattutto per i giovani che in questa storia c’entrano più di tutti. E' una raccolta d’interviste svolte e commentate da Aldo Nove, che sbatte sulla faccia del lettore la cruda realtà di come bisogna guadagnarsi il pane da vivere.
Una lettura che sicuramente fa riflettere e pensare ad un futuro sempre più sporco e opaco in cui c’è da chiedersi se la soluzione potrebbe essere ancora emigrare all’estero per sfuggire da una società sempre più menefreghista e narcotizzata dai mass-media. Nove ha dimostrato, scrivendo un bellissimo libro, che la “schiavitù” nel mondo del lavoro esiste ancora, come aveva profetizzato Gorge Orwell nel suo 1984.
Monti Enrico 1
RECENSIONI FRANCO BUFFONI
“Guerra”
CLASSE IV D
Guerra
Buio,tragedia, terrore. Franco Buffoni non concede tregua, non lascia speranza. Non un bagliore di luce tra il pessimismo rassegnato delle sue parole. Parole nate dalla lettura del diario che il padre dell'autore scrisse in campo di concentramento. Quattordici sezioni di poesie, apparentemente scollegate tra loro, ma tutte concentrate sullo strazio di una guerra passata e presente, una guerra che non risparmia niente e nessuno. Non c'è spazio per l'uomo che ama, per l'uomo che impara, che piange o che ride. Non c'è spazio per l'uomo che vive. Immagini crude di un uomo crudele. Immagini che, per il freddo distacco di chi le dipinge, risultano, invece che realiste, quasi fittizie. Parole che non parlano, che non gridano, ma solo sussurrano dopo averle lette e rilette più volte.
Solitamente una poesia nasce da un'esperienza vissuta, o da un'esperienza immaginata; da qualcuno che scrivendo si rivela: da un poeta che scrive la vita. E' difficile trovare un poeta in Guerra, come è difficile trovarvi la vita. Per questo è difficile trovare un ordine e un senso in ciò da cui è composto.
Giulia Monti
IMPRESSIONI DI LETTRICI
Ho diciassette anni e credo nell'uomo che si migliora. Capisco che queste poesie non sono rivolte a me, ma ad un pubblico più colto e più adulto, più paziente ed esperto. Questo pubblico forse potrà cogliere i lati migliori del libro, ed apprezzarlo.
Io...io credo nell'uomo che vive.
Giulia Monti
Parole crude, toni aspri, immagini confuse, situazioni tragiche, estreme, devastanti la psiche; sono questi gli imperativi della poetica di Buffoni. Emozioni dure, volte ad affrontare coraggiosamente un’inesorabile realtà: la guerra.
Ma la guerra deve per forza essere descritta in questo modo? Oppure vi sono modalità diverse ugualmente efficaci per rappresentare situazioni così dolorose?
Non mi sembra di ricordare, ad esempio, nel libro di Primo Levi, che pure ha vissuto in prima persona la tragedia della guerra, un linguaggio così crudo. Credo infatti che la guerra sia una vera “calamità” per l’uomo di ogni tempo ma diverse possono essere le parole con cui viene espressa.
Personalmente apprezzo lo sforzo di Buffoni, che non ha vissuto questa esperienza direttamente, di rappresentare la “Guerra” con parole dure, forti e sgradevoli ma preferisco una descrizione più realistica, forse anche più efficace.
Marianna Casadei
CLASSE VD
GUERRA!
E’ il diario del padre di Buffoni, autentico testimone cartaceo di un incubo, di una vita non più vitale, impressa tra parole scritte a matita, ad avere animato questo resoconto poetico. E’ la guerra, lacerante, straziante, distruttrice, che domina le nostre vite, rivive nei nostri incubi, angoscia i nostri pensieri, a trasparire tra i versi, caotici e confusi della realtà cruda ed agghiacciante di Buffoni. Tassello dopo tassello, poesia dopo poesia, si costruisce un puzzle di vicende ed episodi, indipendenti solo apparentemente, indissolubilmente intrecciati tra loro. Un immenso campo di battaglia si staglia ai nostri occhi, dove topi, cadaveri, carcasse, città distrutte, scheletri e soldati compongono uno straziante scenario di orrore: è l’ombra del genocidio armeno, dei campi di concentramento tedeschi, dei morti assiderati in Russia…La stessa macchia oscura di ogni popolo, di ogni paese…Lontana, diversa, rivive nei secoli con la stessa violenza, la stessa brutalità, la capacità invincibile di tormentare, martoriare, uccidere…
Jessica Massa
CLASSE VF
BUFFONI E LA SUA ‘GUERRA’ DI SOSTANTIVI DOLENTI
“E’ il troppo brutto/ che non si riesce a dire/ perché esistono tutte le parole/ ma sono lunghe e finisce/ che assorbono dei pezzi di dolore”.
Buffoni decide di rivivere in prima persona gli eventi che, impetuosi, solcarono l’anima del padre, confinato in lager dove aveva redatto un diario, ritrovato dal figlio dopo la sua morte.
Il cuore del poeta viene attraversato da passioni così lancinanti da sentire perfino il desiderio di rinnovare il suo verso. Scaglia raffiche di sostantivi dolenti che suscitano, anche nel lettore più sprovveduto, un singhiozzo:“Scontri, carestie, epidemie, massacri”, “Rapine, incendi, contagi, morie”. Il poeta abbozza un ritratto con linee frammentarie, al tempo stesso molto incisive, che riguardano la prima guerra mondiale, la deportazione armena, i Lager, la guerra dei Balcani, la guerra partigiana, l’uccisione degli Indios. Tramite un ritmo incalzante, cadenzato da assonanze e azzoppato da lapidarie sentenze, l’angosciosa esistenza di coloro che sono coinvolti nella guerra traspare con chiarezza. Il lettore si sente come “ pesce in una polla asfissiato sotto lo strato di ghiaccio tra terra e cielo”, i suoi pensieri rimbalzano non riuscendo ad elevarsi, si prova compassione per il semplice soldato che, ammaliato dalle lusinghevoli parole del comandante, non immagina il dolore della storia che lui stesso ha risvegliato e dovrà scontare. Il tema della memoria è centrale: Buffoni ritrae soldati intenti ad ubriacarsi, inebriarsi di musica, lustrare i propri abiti, pur di inibire la memoria. Egli sente, perciò, il dovere di ridestarla con schegge di passato, in modo che nessun uomo possa causare inconsapevolmente del dolore innocente.
Caterina Bonamici
IL “FANTASMA IN CARNE E OSSA DELLA STORIA”
Uscito per la collana Mondadori, “Guerra” è un libro reale, concreto, profondo e tragico. Diviso in quattordici sezioni, le poesie nascono per invenzione grazie al ritrovamento di un diario del padre di Franco Buffoni scritto mentre era internato in un campo di concentramento. Così il figlio conosce, attraverso la voce del padre, l’esperienza della prigionia ed elabora questa serie di poesie con vari episodi, autonomi ed allo stesso tempo connessi.
Il libro, scritto con un linguaggio asciutto, è teso, trasmette inquietudine e un dramma emotivo generato dai fatti che vengono descritti: deportazione, resistenza, diserzione, rientro dei reduci,ciò che succede nella penisola balcanica, nella Francia di Vichy, nei Lager…L’autore ha costantemente in mente le scene di dolore, del male e di tutto ciò che la guerra genera e dà una visione di essa da vicino, mette in risalto l’indignazione di chi non può capacitarsi di tutto quello che accade e che è accaduto.
“E’ il troppo brutto/ che non si riesce a dire/ perché esistono tutte le parole/ ma sono lunghe e finisce/ che assorbono/ dei pezzi di dolore”.
Margherita Masini
IL MALE INFINITO
Uno straziante viaggio attraverso l’orrore più grande che continua inesauribilmente a ripetersi nella storia dell’uomo. Franco Buffoni con “Guerra” prova a far penetrare lo sguardo del lettore nella profondità di drammi non vissuti, attraverso una poesia che riesce a cogliere il lato più intimo del male. Dal ritrovamento del diario del padre scritto in campo di concentramento, l’autore è stato portato a rivivere in prima persona quegli eventi e ad estendere la riflessione a tutti i periodi della storia, dall’antichità fino ai Lager, in un crescendo di devastazione umana. Se ne ottiene un quadro agghiacciante e terribile, le cui potenti immagini si mostrano in tutta la loro disarmante verità, spoglie di qualsiasi retorica, perché è il semplice e crudo fatto a essere descritto, tramite parole che “sono di per sé torture al foglio”. Ma quell’enorme tragedia che è la guerra è in realtà solo intuibile, infatti “il troppo brutto / non si riesce a dire / perché esistono tutte le parole / ma sono lunghe e finisce / che assorbono / dei pezzi di dolore.” Dolore che nella lettura non viene mai meno, affiorante da battaglie, bombardamenti, torture, massacri, amputazioni, cadaveri putrefatti e rattrappiti, morte. Il tutto a “ricomporre l’oscenità” di un’assurda guerra senza fine.
Arianna Neri