Recensione di “Scusi, prof, ho sbagliato romanzo”

 

 

Nel Tragedistan tutto è diverso. Una regione vicina e lontana dal mondo di tutti i giorni, un istituto superiore come tanti altri, una sala professori del tutto simile ad un obitorio.

Insomma “per dirla tutta è una scuola proprio come in tutto il resto del mondo”. Basti pensare alle riunioni che, alla fine dell’anno scolastico, sono svolte nella calda aula magna, come gli scrutini, o i consigli di classe.

E’ proprio in questo ambiente scolastico che prendono forma rimaneggiamenti di romanzi, da I promessi sposi a Vita Nova.

I professori, infatti, vengono incaricati, tramite la circolare 148/bis barra ter, di aderire al GRAPRORISCLA (Grande Programma di Riscrittura dei Classici): da questo momento, mentre il collegio si impegna nella riscrittura e nell’ammodernamento dei classici, gli studenti, simili ai carbonari, si passano gli originali, ora motivo di interesse e oggetto di vorace lettura.

 

Banda descrive il tutto con estrema ironia e a tratti si può addirittura parlare di humour nero, sempre affiancato da citazioni colte. Il romanzo sottolinea il disagio all’interno dell’ambiente scolastico, sia da parte dei professori sia da parte degli alunni : i primi costretti a seguire ogni indicazione burocratica – voti, condotta, ma, soprattutto, crediti- e sempre meno appassionati all’insegnamento-apprendimento che fa parte del loro mestiere. Dall’altra parte gli studenti che, per una strana legge basata sulla contraddizione, arriveranno persino a leggere quei classici sottoposti al “proibizionismo” del GRAPRORISCLA.

 

 

La scuola italiana è, ormai da tempo, oggetto di narrazione, soprattutto da parte di diversi insegnanti-scrittori  che parlano delle numerose difficoltà e frustrazioni dovute al loro mestiere.

Quello dei romanzi sulla scuola sta diventando un genere a sé stante e assai fertile: infatti scrivere di docenti, allievi, aule e presidi significa raccontare un mondo di cui ormai tutti ci sentiamo abitanti, in cui si incrociano progetti, insofferenze e illusioni di generazioni diverse.

Sicuramente c’è il pericolo di sfociare in una sorta di autoflagellazione o risultare eccessivamente autoreferenziali (si tratta sempre di “scuola che parla di scuola”) ma fortunatamente alcuni scrittori riescono ad utilizzare con sapienza quell’arma che è l’ironia, seppure spesso amara. Ne sono un esempio Paola Mastrocola che dopo essersi sentita Una barca nel bosco, tenta di Spiegare la scuola al suo cane e, per citare solo altri nomi, Lodoli e Starnone.

 

Fin dall’incipit assolutamente fulmineo “Entrare in una sala professori è come entrare in un obitorio”, l’autore ha volutamente esagerato, la verità è alterata ma ci sono alcuni elementi credibili.

La riscrittura dei classici, com’è naturale, parte dai Promessi Sposi, in cui i professori tagliano, aggiungono, modernizzano fino ad ottenere una strana opera chiamata Rodriguez dove Renzo è un produttore di speck contraffatto, Lucia una giovane di facili costumi, Rodriguez un uomo attraente ma che conclude poco nella vita e Friar Laurence un violento ultrà pentito.

 

Un’analoga sorte spetta all’opera di Ugo Foscolo Le ultime lettere di Jacopo Ortis, tramutato in L’ultima lunga lettera di Lorenzo Alderani, in cui Lorenzo ha propositi di suicidio, di certo alimentati dall’amico Jack Romiro Ortiz, assai logorroico ma che inaspettatamente ottiene un grande successo tra le donne.

Infine nemmeno Dante Alighieri poteva essere risparmiato, la sua Vita Nova diventa la ridicola storia di Gina (alias Beatrice) inferocita per la persecuzione di Dante, uomo tediante dall’aspetto tutt’altro che gradevole.

 

Pietro Citati su Repubblica ha scritto “Quella voce ansiosa e asmatica è la sua…” Alessandro Banda è riuscito a fare questo : ha scritto in modo quasi nervoso, tormentato, asmatico appunto, ponendo nel medesimo stato d’animo il lettore.

Ed è giunto a questo risultato con alcune attenzioni sintattiche e linguistiche, utilizzando periodi lunghi, omettendo spesso segni di punteggiatura fondamentali, come la virgola, esprimendosi in un linguaggio efficace, energico, sempre vario e ricco di artifici retorici, tra cui anacoluti ma soprattutto climax ascendente.  Per questo in molti tratti la voce narrante incalza, talvolta arranca. Il linguaggio è stato determinante anche per raggiungere un altro obiettivo: utilizzando un registro colloquiale Banda ha descritto realtà vicine e quotidiane, riuscendo in tal modo a catturare l’attenzione dei giovani lettori, che in queste pagine trovano conferme ai loro personali pensieri.  Un linguaggio familiare non esclude, però, la presenza di termini ricercati, che abbondano soprattutto nei discorsi tenuti dai professori e dal preside, in un ostinato sforzo di apparire colti e distinti.

La fitta presenza di termini di registro più elevato non è l’unico elemento che ci rivela la competenza e la preparazione dell’autore, anzi, non sarebbe sufficiente se non fosse affiancata dalla presenza altrettanto significativa di richiami intertestuali: parlando spesso dell’amore cortese, Banda dimostra di conoscerne le principali caratteristiche, ad esempio l’utilizzo del senhal nella poesie dei trovatori (pag.66); dimostra di conoscere inoltre la letteratura italiana, in particolare Petrarca, di cui ricorda particolari della vita, opere e curiosità, ma anche Goldoni, di cui cita La Locandiera.

La sua vastissima conoscenza non può che attirare e affascinare i giovani lettori che incontrano questi autori e queste opere a scuola, nelle diverse discipline.

Già il nome della città è significativo, scelto probabilmente a voler sintetizzare in una parola il risultato estremamente negativo del progetto di modernizzare dei classici.

 

Una tragedia, appunto.

 

 

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