Emanuele Trevi
Emanuele Trevi è nato nel 1964 a Roma, dove vive. Come critico letterario, si è dedicato Leopardi, Salgari e a numerosi autori italiani e stranieri del Novecento. E’ redattore di “Nuovi argomenti” e collabora a quotidiani (“Manifesto” - Alias) e a trasmissione radiofoniche.
Le sue raccolte di saggi Istruzioni per l’uso del lupo (Castelvecchi, 1994) e Musica distante (Mondadori, 1997) hanno ottenuto una notevole risonanza, anche per l’originalità delle posizioni espresse. Con I cani del nulla. Una storia vera (Einaudi, 2003), Trevi ha cominciato a proporre una sua personale forma di narrativa-saggistica, che ha poi trovato una diversa prosecuzione in Senza verso. Un'estate a Roma (Laterza, 2004).
Motivazione del premio a “Un'estate a Roma ” di Emanuele Trevi
Arduo ricondurre Senza verso di Emanuele Trevi a un preciso cartellino di genere (l’inclassificabilità, gran pregio). Una definizione laboriosa (e, dunque, di dubbia utilità) potrebbe essere quella di prosa saggistica (e diaristica) d’invenzione impura. Cioè una narrazione dell’io – fotografatosi in una canicolare estate romana, quella del 2003, mentre è preda dei suoi astratti furori – che si libera dai vincoli tradizionali dell’autobiografia alternando due diversi modelli della scrittura di sé quali appunto il diario e l’essai. Scrittura di sé che, come insegna la tradizione del Novecento, garantisce la perfetta finzionalità della scrittura (tanto più ingannevole quanto più simuli, in un vero e proprio trompe l’oeil, l’assoluta “autenticità” del soggetto). Non manca un richiamo al maggior esponente dell’autofiction recente, W.G. Sebald, con le immagini “artigianali” accluse in appendice al volume.
Ma anche l’invenzione narrativa è in questo libro – lo si accennava – “impura”: in quanto oltre all’io figura un personaggio-reagente che, spesso e volentieri, è al centro della scena. Conferendo al testo un baricentro strutturale (ed esistenziale, ed emotivo) – quand’anche spostato, se non svuotato – di straordinaria pregnanza. Si tratta del poeta e traduttore Pietro Tripodo, della cui travagliata, malcerta e struggente esistenza (conclusasi nella primavera del ’99) Trevi traccia un ritratto toccante. Che diventa anche un perfetto apologo sul senso della poesia – sul suo posto anzi – nelle sue condizioni di estrema emarginazione. Prosa sulla poesia, dunque. O, più esattamente, prosa verso la poesia.